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Autonomia, attacco alla capitale L’avanzo di bilancio per il Nord

Il file era rimasto nascosto per molto tempo. Ora il progetto delAutonomia differenziato richiesto da Regioni del Nord, è tornato all’ordine del giorno del governo e ad ottobre, dopo le elezioni regionali, potrebbe essere presentato al Parlamento. Nonostante i tentativi di correggere quella che è stata definita “la secessione dei ricchi”, resta il rischio che le regioni con maggiori risorse possano lasciarsi ancora più indietro quelle che già oggi sono in difficoltà, cioè le regioni. da sud.

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Liberare i legami con la Roma. Staccare il più possibile i fili che collegano le regioni del nord che hanno chiesto autonomia “differenziata” con la capitale. Svolubrificare il centro amministrativo del paese da uno dei tanti centri di uno stato confederale dove il potere risiede nelle regioni stesse. Meglio così ricco.

Il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha redatto un nuovo disegno di legge quadro in cui si prevede di evolvere gli accordi con Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Nell’ultima versione del testo si torna a parlare del finanziamento delle funzioni che dovrebbero essere trasferite dalla “condivisione delle entrate fiscali accumulate nel territorio regionale”. Cosa significa? Che lo Stato venderebbe una quota dell’IVA o dell’Irpef per pagare il costo delle funzioni trasferite dallo Stato centrale alla Regione. Il costo delle funzioni, questa volta, sarebbe stato stabilito attraverso il meccanismo dei requisiti standard e non più sulla base del costo storico, come previsto dagli accordi dell’era gialloverde. Ma resta il fatto che se, anno dopo anno, il costo del servizio restasse invariato e il gettito fiscale aumentasse, questo surplus rimarrebbe nelle casse della Regione e non tornerebbe più a quelle dello Stato centrale.

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IL PASSAGGIO
Il fatto che questo punto sia estremamente delicato è dimostrato anche dalla “clausola di salvaguardia” inclusa nel progetto di legge quadro. In sostanza, questa clausola dice che se sul fronte dei conti pubblici le cose vanno male per lo Stato, allora le Regioni che hanno ottenuto l’autonomia possono essere invitate a partecipare alla riorganizzazione.
Un principio di equità che non deve nemmeno essere messo in discussione e che, al contrario, è affidato a un provvedimento di prim’ordine ea condizione che le stesse misure siano imposte contemporaneamente a tutte le altre regioni a statuto ordinario.
Tuttavia, Roma è ancora una volta assente dalla proposta del governo, ancora una volta dimenticata. L’autonomia regionale si ottiene “sottraendo” risorse alla capitale, senza che il governo, ancora una volta, si preoccupi delle sorti della città. Il decentramento delle funzioni amministrative, ora svolto dai ministeri romani, avrà inevitabilmente un impatto su cui attualmente non c’è riflessione o discussione all’interno del governo. L’altra questione che è stata oggetto di molto dibattito è il ruolo del Parlamento nel modificare gli accordi tra il governo e le regioni. Nel precedente tentativo del governo gialloverde, gli accordi erano stati siglati, il Parlamento avrebbe potuto approvare o respingere gli accordi ma senza poterli modificare.
In realtà le cose non cambiano molto anche con la nuova legge quadro. Il Parlamento potrà decidere su accordi preliminari tra il governo e le regioni. Avrà 60 giorni per formulare osservazioni che potranno essere riconosciute o meno. Trascorso tale termine il Governo e le Regioni potranno firmare gli accordi che, in questa fase, possono essere approvati o respinti dal Parlamento.
Tuttavia, sono stati compiuti progressi rispetto al passato. La principale è che le funzioni non possono essere trasferite finché i Leps, i livelli di prestazioni essenziali, non sono pronti. Insomma, asili nido, trasporti, mense devono avere un livello simile su tutto il territorio nazionale. Questo è un passo avanti decisivo rispetto al vecchio approccio in cui Lep non si parlava affatto. Nei tre articoli del progetto è quindi prevista anche la creazione di un fondo perequativo infrastrutturale. Entro il 30 giugno 2021 dovrebbe essere condotta un’indagine sul deficit infrastrutturale nelle regioni meridionali. Poi, entro sei mesi, dovrebbero essere presentati i progetti per colmare questo deficit, da finanziare stanziando una percentuale (che nel disegno di legge quadro non è ancora indicata) delle risorse dello Stato per le infrastrutture. . È ovvio che il valore di questa regola (che potrebbe essere trasposta direttamente nella legge finanziaria) dipenderà proprio da questa percentuale. Che deve superare il salario minimo del 34%.

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Il processo
Silenzio-assenso
in parlamento

Per molti mesi, durante il governo gialloverde, Conte Uno, abbiamo discusso del ruolo del Parlamento sugli accordi conclusi tra Stato e Regioni. Le Regioni chiedevano che fossero “inemendibili”, una volta raggiunto un accordo con lo Stato, il Parlamento non avrebbe dovuto dire nulla. La soluzione trovata nella legge quadro proposta dal governo fa un passo avanti, ma che rischia di essere formale. Gli accordi preliminari sarebbero stati inviati al Parlamento, sul quale le Camere avrebbero 60 giorni per fare “osservazioni” (non emendamenti). Dopo 60 giorni, governo e regioni possono ancora procedere alla firma degli accordi.

Condizioni
Livelli di prestazione
fissato prima degli accordi

Uno dei sostanziali passi in avanti rispetto al precedente tentativo compiuto quando il ministro della Lega Erika Stefani era a capo della Farnesina riguarda la questione del Lep, livelli di performance essenziali. Nelle bozze di accordi predisposte da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non si faceva riferimento ai livelli essenziali. Tuttavia, è ormai accertato che le funzioni non possono essere trasferite alle Regioni che le richiedono, se non sono stati preventivamente stabiliti i livelli essenziali di servizi validi su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, resta il dubbio che fissare i livelli essenziali dei servizi senza dire come finanziare le lacune da colmare lasci spazio alla differenziazione tra i servizi nelle regioni.

Il processo di controllo
Verifica degli accordi
nei primi dieci anni

Successivamente è stato messo in atto un meccanismo di revisione degli accordi tra Stato e Regioni. In particolare, è stabilito che lo Stato e la Regione presentino la convenzione da verificare almeno entro il decimo anno dall’entrata in vigore della legge per l’attribuzione di altre forme e condizioni particolari. autonomia o entro un periodo più breve stabilito dal Contratto stesso. , che stabilisce anche le procedure di revisione e comunque ogniqualvolta i livelli essenziali di performance siano modificati o aggiornati. Manca però il passaggio fondamentale, ovvero il meccanismo per modificare gli accordi firmati. Questo meccanismo è delegato a loro
capito e, quindi, non sarà possibile conoscerlo
fino a quando non vengono presentati.

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Investimenti
Queste risorse
promette sempre

Nella bozza del governo l’articolo 3 è indicato da un asterisco e dalla dicitura: inclusione nella legge finanziaria da valutare. Il motivo è semplice. L’articolo 3 parla di un fondo di perequazione delle infrastrutture per colmare il deficit tra le regioni del Nord e quelle del Sud, ma inserirlo in una legge quadro senza risorse sarebbe solo una promessa. Come è stato fino ad oggi. La stessa legge 42 prevede la perequazione delle infrastrutture, ma non è mai stata applicata. Nel Mezzogiorno, infatti, non è nemmeno garantito il 34% delle risorse ordinarie per investimenti a cui avrebbe avuto diritto in base al criterio della popolazione residente. Insomma, finché non ci sono risorse bianconere, è lecito dubitare

Ultimo aggiornamento: 9 settembre, 12:07


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Narciso Borroni

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