• Mario Colalillo

Lucioni e una leadership venuta meno


Lo zio non era solo il capitano. Era ormai uno di famiglia, proprio come il nomignolo di battaglia testimonia. L'improvvisa partenza di Fabio Lucioni in direzione Lecce è stata accolta dal popolo giallorosso con lo stesso smarrimento di chi, senza alcun sentore precedente, viene disorientato da una notizia triste su una persona cara. Sia chiaro: stiamo parlando di calcio, per fortuna. Ma non è un'esagerazione visto che tanti, a quel cuoio che rotola, hanno dedicato la propria esistenza. Diciamoci la verità: non applaudire Lucioni con la maglia della Strega a ottobre lascia lo stesso misto di amarezza e rimpianti di quando non riesci a salutare un parente o un amico per l'ultima volta, solo che in questo caso la tensione viene esacerbata dalla paura che sia stato l’altro a fare di tutto per schivare un nuovo contatto.

Forse è anche per questo che non sono mancate le reazioni rabbiose, contraccolpi tipici di quando si interrompe (dal punto di vista dei tifosi in maniera unilaterale) una storia d'amore. Di sicuro Benevento è costretta ad ammainare quella che pensava potesse diventare la sua nuova bandiera nello sport, il simbolo della meravigliosa doppia scalata dall'anonima Lega Pro all'olimpo della serie A. Cosa sia successo davvero forse resterà sigillato nelle stanze del ritiro di Cascia, ma - visto pure che Lucioni continuerà ad avere i propri affetti nel Sannio – è inevitabile (e in un certo senso auspicabile) che qualche spiffero filtrerà, magari non nell'immediato per la volontà di calciatore e società di non alimentare polemiche.

Ecco perché, prima di affibbiargli l'etichetta del traditore, bisognerebbe attendere. Per elaborare quello che è un lutto calcistico a tutti gli effetti, ma anche per capire dove sia nato il cortocircuito. Del resto si parla di “scelta condivisa”, con la società che non avrebbe neanche provato a trattenerlo pur potendo alzare lo scudo di un contratto da rispettare per far trascorrere i giorni e poi puntare a un chiarimento.

Per il momento l’unico elemento di valutazione resta, confidando magari che anche la società faccia sentire la propria voce, quell'intervista rilasciata dal difensore appena dopo aver riconsegnato la tuta giallorossa al magazziniere a cui si può aggiungere qualche piccolo indizio dei giorni precedenti. L’impressione è che Lucioni abbia visto la sua leadership venire meno nelle idee di Bucchi, nella testa dei compagni o addirittura in entrambe le situazioni. Quando parla di “ciclo finito”, di “equilibri destabilizzati dalla squalifica” e di “matrimonio che non va più bene” si riferisce probabilmente al suo ruolo guida nel gruppo. Lo zio non voleva certo essere uno qualsiasi. E il suo atteggiamento dal raduno in poi lo testimonia. La foto con il cinque dato a un tifoso dopo essere sceso dal pullman, frasi del tipo “mai un passo indietro”, “uniti si vince” o “obiettivo comune” e il selfie con i compagni a capotavola appena prima di chiudere i bagagli stridono con l’idea di un calciatore già determinato a lasciare. Un atleta che ha realmente chiesto da tempo di cambiare aria, a maggior ragione se cosciente di non poter essere tra i protagonisti nella prima fase della stagione causa squalifica, se ne sta in disparte, concede la scena agli altri e magari va alla ricerca di un casus belli.

Lucioni non è stato tutto questo e bisogna ammetterlo. La sua vita sportiva proseguirà a Lecce, società presieduta da chi l’ha difeso dalle accuse di doping e che ha saputo farlo sentire di nuovo importante tanto da fargli percepire il Salento come il suo nuovo rifugio. Benevento volta pagina e prova a scrivere altri capitoli della propria favola nonostante l’uscita di scena di uno dei protagonisti principali. Rivederlo in A con la Strega sarebbe stato però il lieto fine ideale per tutti. Peccato.


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