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Vigorito: «Il calcio è un'industria, non finire la stagione per molti club sarebbe una catastrofe»

Il suo Benevento è il “Liverpool italiano”. Come i Reds è stato stoppato dal coronavirus a un centimetro dal traguardo. Klopp ha 25 punti di vantaggio sul Manchester City, Filippo Inzaghi ne ha 22 sul Frosinone terzo. Il presidente Oreste Vigorito aveva già pronte le valigie per tornare in serie A dopo soli due anni. «Già. Ma ricordi: +22, che è + 23 per lo scontro diretto, è come +1 se non c’è la matematica certezza. Io rispetto il merito sportivo nonostante in 9 anni di Lega Pro spesso nei ripescaggi veniva calpestato. Oggi tutti dicono che meritiamo di salire. Spero che chi deciderà sia coerente».


Chi deciderà e quando? Si parla solo di serie A, non pensa che la serie B sia trascurata?

«Si parla della A perché è evidente che i risultati che lei otterrà in questa fase si ripercuoteranno a cascata sulle altre categorie. Qui c’è in ballo l’Azienda Calcio».

Fra i club di B c’è più voglia di finire la stagione o di lasciar stare?

«Io faccio parte del consiglio direttivo della Lega di B e abbiamo dato mandato al presidente Balata di comunicare che per noi la soluzione migliore è finire la stagione. Decideranno i dirigenti e il governo».

E se non fosse possibile ricominciare lei cosa farebbe?

«Io accetterò qualsiasi decisione. L’importante è che non prevalgano gli interessi di qualcuno che dice no soltanto per salvare la stagione...».

Quanto le costa questo stop?

«Il danno economico c’è già, bisogna evitare che diventi una catastrofe. Il calcio non è fatto solo di quel 10% di campioni che guadagnano cifre fantastiche ma comprende milioni di persone che, grazie ad esso, mettono insieme uno stipendio per sostenere la famiglia. Ci sono dentro anche i venditori abusivi di magliette allo stadio. È un’industria come le altre che contribuisce per 2 miliardi di euro di tasse l’anno alle casse dello Stato. Per questo non capisco chi dice: ci sono cose più importanti del calcio».

Beh, presidente, la salute viene prima. O no?

«Certo. L’uomo viene prima. Prima delle fabbriche di auto, delle acciaierie, del commercio. E anche del calcio».

È d’accordo con chi paventa il rischio fallimento per molte società?

«Solo in serie A, con quei diritti tv e quelle sponsorizzazioni, si può raggiungere una certa autosufficienza. In realtà come il Benevento, se non c’è il patron che con la sua industria sostiene il club non si può andare avanti. Nei nostri stadi non si fanno incassi record. Anche se noi abbiamo 8mila abbonati e siamo dei privilegiati».

A proposito: gli abbonati dovrà risarcirli lo sa?

«Allora, a voce ho avuto tantissimi attestati di tifosi che per quello che avevamo fatto in campo sono disposti a non chiedere il rimborso, perché si sentono già ripagati. Ma è chiaro che siamo pronti o a scontare la quota non fruita sul prossimo abbonamento o anche a devolvere la cifra in aiuto di qualche ente o associazione che in caso sceglieremo insieme a loro».

C’è quindi il rischio di default per qualcuno?

«Sarà più di qualcuno se non si finirà la stagione. Il contenzioso, i ricorsi, sarebbero pane quotidiano e anche il nuovo campionato diventerebbe difficile da iniziare. Serve uno sforzo da parte di tutti».

Serve anche poter giocare in sicurezza e questo comporterà ulteriori costi. È pronto a sostenerli?

«C’è una commissione di scienziati che sta mettendo a punto un protocollo per garantire la sicurezza per i calciatori il cui posto di lavoro è il campo. Quindi, si giochi in sicurezza come devono poter lavorare in sicurezza gli operai di Fiat, Eni, Telecom. Ma mi aspetto qualcos’altro».

Cosa?

«Ho letto dei 2,5 miliardi messi a disposizione dalla Fifa che, con Figc e Leghe, può venire in aiuto. Al resto ci penseranno i ragazzi in campo: sono giovani e forti. Non li voglio mandare al massacro, ma nemmeno tenere sotto una campana di vetro».

Fonte: IlMessaggero.it

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